Tesi al Caffè

 

  • Laura Smerilli, Gaio Fratini: satira e irriverenza al "Caffè", Università di Bologna, a.a. 2012-2013
  • Simona Cifariello, A margine di "Ansedonia": il carteggio Fortini Vicari -1940-1948, Università degli Studi di Siena, a.a. 2011-2012
  • Emiliano Orazi, Il giornalismo letterario di Giambattista Vicari, Università degli Studi di Urbino, a.a. 2006-2007
  • Barbara Gelli, "Lettere d'Oggi", 1941-1943, Università degli Studi di Firenze, a.a. 1999-2000






Qui di seguito pubblichiamo una parte significativa della tesi di 
Laura Smerilli.

  1.       Bi-bli-ografia

Gaio Fratini nacque il 6 settembre 1921 nella provincia di Perugia, a Città della Pieve, nella quale il padre, magistrato, era stato inviato agli inizi della carriera.

Fu allievo di Gianfranco Contini, critico e studioso di letteratura italiana, al liceo classico Annibale Mariotti di Perugia. Per una grave malattia all'orecchio fu costretto ad interrompere gli studi, che proseguì privatamente con Aldo Capitini - il filosofo della non violenza-, fino alla maturità. Così in quel clima di sofferenza, separazioni, odi improvvisi e inspiegabili, questa esperienza si tramutò per lui in occasione di crescita, nuovi impulsi creativi fiorirono in lui che colse per la prima volta «[...]in quell'aerea / stanza di Capitini eterea satira, / resistenza celeste al nero incedere / delle nubi coi loro becchi d'aquila / imperiale...[...]»4: una satira individuata sin d'allora come unica possibilità di resistenza attiva.

Conseguita la maturità classica, Fratini si trasferì a Roma, dove si laureò in giurisprudenza con una tesi in Filosofia del Diritto. Diventato procuratore legale, esercitò per pochi anni una professione ben lontana dalle sue reali e più profonde inclinazioni, quella di «avvocato riluttante», come lui stesso si definì in seguito.

L'esordio ufficiale nel campo delle lettere avvenne nel gennaio del 1946, con la fondazione della rivista letteraria La Strada, che Fratini rese rifugio sicuro per i primi esperimenti della nascente poesia neorealista, di cui accolse contributi di esponenti illustri: Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini.

Cinema, teatro e cabaret divennero, in quegli anni, argomento di rubriche apparse su Avanti, Mercurio, Il Sentiero dell'arte.

Nel 1952 una commissione presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegnò il premio “Città di Pesaro” per I poeti muoiono, la sua prima raccolta in versi, pubblicata lo stesso anno.

Il neorealismo de La Strada era ormai lontano quando Fratini, rifuggendo l'episodio, la tranche de vie e l'impegno populistico, avviò la longeva collaborazione con la rivista di letteratura satirica Il Caffè, fucina di novità e stramberie linguistiche, che sotto la direzione di Giambattista Vicari si popolò di acrobati del nonsense, ispidi trasgressori, inventori di grotteschi. È qui, tra la dissacrante ironia, il rimpianto per un'onestà più ideale che reale e i giochi al massacro di miti letterari, civili e di costume che Fratini si forma, trasformandosi nell'epigrammista umoroso e indignato da allora costantemente presente all'interno della rivista.

La sua produzione si estese poi anche al cinema: suoi il soggetto di Destinazione Piovarolo di Totò, per il quale lavorò qualche anno come gagman, e la sceneggiatura de Le fatiche d'Ercole, del '58, che firmò con Pietro Francisci, Ennio De Concini, Age & Scarpelli.

Risale ai primi anni Sessanta l'inizio della collaborazione con due riviste indipendenti e anticonformiste: Tempo presente di Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, e il settimanale diretto da Mario Pannunzio, Il Mondo, sul quale in seguito pubblicherà pagine dedicate a personaggi dello spettacolo tra cui Eduardo, Visconti, Fellini.

Vinse nel '62 il premio “Costantino Nigra” di Ivrea con degli inediti raccolti ne Il Re di Sardegna, le cui poesie oscillano tra la proposta poetica in chiave grottesca di alcuni articoli del codice civile di Carlo Alberto e i quadri cronachistici non lontani dalle foto in bianco e nero. Il Re di Sardegna uscì nel '61 presso l'editore Scheiwiller, per cui Fratini aveva curato, l'anno precedente, lo straordinario Almanacco del Pesce d'Oro, con la collaborazione degli amici Ennio Flaiano e Antonio Delfini, con le illustrazioni di Mino Maccari, Massimo Campigli, Renzo Vespignani.

Sempre nel 1962 curò la raccolta Boccaccio '7012, in cui inserì saggi, interviste e diari di lavorazione del film omonimo, riguardanti i registi De Sica, Fellini, Monicelli e Visconti.

Il suo contributo alla rivista Il Caffè venne riconosciuto e premiato l'anno successivo: una commissione in cui figurano grandi nomi della letteratura italiana e internazionale tra cui  Raymond Queneau, Dino Buzzati, Paolo Volponi, Piero Chiara, gli assegnò il premio “Sylver caffè” di Conegliano. La silloge premiata, La satira ci guarda, prese poi posto all'interno del suo primo libro di epigrammi e satire, dal titolo La signora Freud, assieme ai versi pubblicati su Il Caffè: nella raccolta è l'indignatio a guidare l'indagine della realtà, in un continuo alternarsi tra diario privato e cronaca mondana.

Nel 1967 condusse, assieme a Sergio Velitti, un epistolario radiofonico sul Programma Nazionale Radiofonico: i due autori, nascondendosi dietro i nomi fittizi di Sebastiano e Giacomino, esprimevano umori, idee e considerazioni con il tono disinvolto e disimpegnato proprio del genere della lettera.

A ricevere riconoscimenti fu poi anche l'assai produttiva attività di giornalista-elzevirista: nel 1968 vinse il premio “Rustichello da Pisa” per un ritratto della città toscana, nel '70 una giuria presieduta dal critico letterario Walter Pedullà gli assegnò il premio giornalistico “Sila” della città di Cosenza per un elzeviro pubblicato su La Voce Repubblicana dal titolo Il veliero della Sila. Curò in questi anni, sempre su La Voce Repubblicana, la rubrica Quaderno, i cui epigrammi, pamphlets e satire politiche, stigmatizzanti vizi e virtù della civiltà dell'epoca, confluirono poi nella raccolta La luna in Parlamento, uscita nel '73.

Tra il '75 e il '76 pubblicò per l'editore Bompiani Contro Roma, volume curato da Furio Colombo e dedicato ai mali della capitale, che raccoglie interventi di autori quali Montale, Moravia, Parise e Soldati, e Nuove interviste impossibili, raccolta di interviste immaginarie scritte e recitate per la radio. È proprio alla radio che Fratini estende la propria produzione nei primi anni '70: numerosi i testi e le regie di programmi radiofonici in cui attori del calibro di Vittorio Gassman, Romolo Valli, Gianni Santuccio, Alberto Lionello e Monica Vitti recitavano epigrammi e monologhi.

Tra gli anni '60 e '70 scrisse anche testi per il teatro: Cronache dell'Italietta, per la regia di Maurizio Costanzo; Pubbliche relazioni, con Gigi Proietti; Il divano di Lady Freud; L'assassinio di Dora Markus.

Televisivo è poi un altro primato di Fratini, legato alla realizzazione del primo telefilm a colori delle reti di stato italiane, in coproduzione con la BBC: fondamentale fu infatti il suo contributo nella stesura della sceneggiatura di Keep Britain sexy -Gli italiani e l'amore-. Successivamente, sempre per la TV, realizzò film-reportages da varie città europee e  servizi sportivi per la rubrica Dribbling, diretta da Maurizio Barendson.

Lo sport, da sempre annoverato tra i suoi interessi, nonché assiduamente praticato -nota era la sua passione per il tennis e il pugilato-, fu argomento di rubriche scritte per il Corriere dello Sport e per il Guerin Sportivo. Sempre allo sport dedicò poesie poi raccolte nel volume Un Derby in maschera15, uscito nel '87, che vinse il premio C.O.N.I. per la letteratura.

Partecipò, nel '73, alla fondazione dell'Istituto di Protesi Letteraria, nucleo significativo della prima esperienza "oulipista" che in Italia nacque all'interno di quel formidabile laboratorio culturale che fu la rivista Il Caffè.

Nel 1975 firmò un testo sulla favolistica umbra inserito in Favole su favole accanto alla Lombardia di Arbasino, il Veneto di Zanzotto, le Marche di Volponi e l'Emilia di Malerba.

Dal 1981 entrò a far parte del Comitato di Direzione della rivista di satira letteraria Il Cavallo di Troia, fondata a Roma insieme a Luigi Malerba, Angelo Guglielmi, Giampaolo Dossena, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Giuliano Gramigna, Walter Pedullà. La rivista, dal taglio goliardico, nacque con il proposito di esplorare l'illecito in letteratura: giochi di parole, recensioni piratesche e interventi allegorici ne costituirono le basi.

Fratini decise poi di raccogliere l'intero corpus della sua produzione epigrammatica pubblicando, nel 1988, per la casa editrice Longanesi, il volume Italici piangenti18, vincitore del “Dattero d'Oro” al Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera e del Premio Letterario Hans Wolf Schoen di Perugia.

Tre anni dopo, gli epigrammi pubblicati ne la Repubblica, collocati nel supplemento Satyricon accanto alle vignette di Forattini,  confluirono nella raccolta Il Caffè delle Furie19.

L'ultima sua attività radiofonica fu la trasmissione Un epigramma al giorno, del 1991, che scrisse e interpretò per Radio Uno. Le sue liriche furono inserite, nel 1990, nell'antologia Poesia italiana del Novecento20 curata da Elio Pecora.

Nel 1992 Fratini curò Il Caffè, Politico e letterario. Antologia 1953-197721, in cui raccoglieva gli autori e i componimenti più significativi della rivista.

Ricevette, nel '93, la nomina ad Accademico delle Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia.

L'anno successivo pubblicò La rivolta delle Muse, antologia di epigrammi in cui mise in luce la complementarità, la predisposizione alla reciproca influenza e alla costante integrazione e allo stesso tempo la straordinaria varietà della produzione epigrammatica, dagli antichi greci fino ai giorni nostri.

Nello stesso anno iniziò la collaborazione con Il Giornale di Vittorio Feltri, per il quale scrisse una rubrica settimanale, La Stanza dei Veleni, che ottenne, nel 1997, il premio giornalistico “Bruno Cavallini” di Pordenone.

Per tutta la vita fu sua fedele compagna la francese Arianna Zulian, che collaborò anche con Il Caffè, traducendo per la rivista vari brani. Da lei Fratini ebbe due figli, Marco e Francesco.

Da grafofilo qual era, continuò a riempire quaderni e quaderni di epigrammi, satire e appunti sagaci, all'interno del Caffè Montanucci di Orvieto, città in cui risiedeva ormai da qualche anno, fino a quando, nel Gennaio del 1999, venne ricoverato nel Dipartimento di scienze neurologiche di Terni, dove si spense il 31 dello stesso mese.


GAIO FRATINI E IL CAFFÈ DI GIAMBATTISTA VICARI

Il Balestriere del Caffè

Il “Balestriere” era Gaio Fratini, satiro sommo, epigrammista all'acido muriatico, erede in linea diretta di Marziale ma con un'aria da vendemmiatore perugino [...]

Franco Palmieri descrive Fratini come un satiro balestriere che si divertiva a pubblicare epigrammi dalla punta acuminata su Il Caffè. Epigrammi dalla veemenza spesso condivisa da Vicari, anche se, spesso, non altrettanto apertamente dichiarata, per motivi più che ovvi, dettati dalla posizione di spicco da lui occupata nella direzione della rivista. Epigrammi esplosivi, le cui invettive, di certo, non risparmiavano nessuno. Critiche forse aspre, ma sempre sincere e mai dettate da secondi fini.

Fratini racconta così i suoi inizi sulla rivista:

Cominciò come un gioco. […] Allora l'Italia era somara, dovemmo trovare da soli la nostra strada per costruirci una tradizione satirica.

Il nome di Gaio Fratini fa per la prima volta la sua comparsa tra le pagine della rivista nel 1956, con una prosa dal titolo Saluti ai poeti dei mari del sud. Sin da questo suo primo esemplare, la produzione di Fratini all'interno de Il Caffè è inserita tra le pagine finali del volume, quelle riservate al Gazzettino del Caffè.

Il Gazzettino si inserisce all'interno della rivista come uno spazio al quale viene riservata una maggiore libertà. Dedicate a polemiche, note spiritose, prove in sordina24, queste pagine della rivista permettono l'inserimento, in modo più lieve e meno forzato, dei testi più contaminati, più oscuri o più impertinenti e fuori dagli schemi.

La produzione di Fratini su Il Caffè, caratterizzata da una totale libertà nella scelta degli argomenti e dei metodi di trattazione di questi ultimi, non aveva neppure limiti di forma: infatti, oltre alle poesie, in special modo epigrammi, molte furono le pubblicazioni di brani in prosa. Questi brani, pubblicati sul Caffè, mantengono le stesse caratteristiche dell'intera produzione di Fratini: ritmo veloce, ricchezza di dettagli, lessico colto.

Spesso la prosa che Fratini destinò alla rivista era incentrata sul ruolo della letteratura e sulla figura del poeta in relazione alla società a lui contemporanea, come dimostra il dialogo che viene pubblicato nell'ottobre del 1965 con il titolo Cos'è un poeta, nel quale Fratini descrive, con grande abilità e sottile ironia, le ingiuriose condizioni degli intellettuali, costretti a produrre rime per il mercato, in cambio di un po' di denaro, della libertà. 

La prosa di Gaio Fratini non risparmiava neppure i suoi colleghi più famosi, ai quali rivolgeva spesso critiche aspre. Ad esempio, quando Alberto Moravia decise di dedicare un articolo a Ernest Hemingway, a pochi giorni dalla morte dello scrittore statunitense, dal significativo titolo Hemingway: Niente, e così sia, Fratini lo rimproverò duramente dalle pagine de Il Caffè, nel brano intitolato Descrizione di una battaglia letteraria, dichiarando che a Moravia, in fondo, potevano essere attribuiti gli stessi difetti che lui imputava allo scrittore statunitense, poiché anche lui aveva deciso di concentrarsi, in realtà, su di un unico argomento, più precisamente su di un'unica classe sociale, quella della borghesia medio-alta, facendo così della sua grande capacità descrittiva la base principale di ogni sua opera.


La poesia satirica: epigrammi nel Caffè

Se nella prosa Fratini rispecchia comunque appieno quelli che erano gli argomenti prediletti dal Caffè – quadri di costume, critiche letterarie e dibattiti con altri scrittori, satira politica e cronaca mondana –, è con la poesia che riesce a dare il meglio di sé, aderendo in pieno allo spirito reazionario e al bisogno di rinnovamento promulgati dalla rivista. Sulle pagine de Il Caffè Fratini decide infatti di pubblicare molte sue poesie, senza preoccuparsi dei canoni letterari, con la consapevolezza dell'estrema temporalità dei suoi epigrammi e quindi sempre pronto, con incrollabile spirito di sacrificio, a modificarli più e più volte con il passare del tempo, con il mutare dei soggetti e delle situazioni e con il variare dei suoi rapporti con il mondo della cultura. 

Da queste premesse deriva quindi il carattere estremamente vario e composito delle poesie che Fratini sceglie di inviare alla rivista. Innumerevoli sono, ovviamente, gli epigrammi satirici le cui parole vengono scagliate, con mordente sagacia, contro personaggi pubblici o private conoscenze dell'autore. Ma in questa produzione destinata al Caffè, caratterizzata da una maggiore permissività di sperimentazione, Fratini fa rientrare anche un certo numero di poesie di tono elegiaco, a volte anch'esse nella forma dell'epigramma. Ben più numerosi restano comunque gli epigrammi satirici, più congeniali allo spirito irriverente di questo poeta del Caffè. La varietà di argomenti dai quali attingere è molto ampia: il periodo storico che vede Fratini quale suo attento osservatore e critico puntiglioso è infatti ricco di personaggi e avvenimenti. I rappresentanti della vivace vita politica italiana di quegli anni, ad esempio, diventano facili bersagli per gli strali di Gaio Fratini, che non teme di esprimere i sui severi giudizi. Così Andreotti, la DC, il PCI e il loro compromesso storico sono abbondantemente presi di mira nella silloge Canti dell'Inquisizione.

Negli epigrammi di Fratini va in scena anche il mondo dello spettacolo, ambiente che l'autore conosceva bene e che spesso, per lavoro o per piacere, frequentava. Tra le pagine del Caffè è quindi possibile trovare anche poesie dedicate ai grandi attori del tempo. 

Una su tutte quella dedicata all'attrice Monica Vitti, poesia nella quale Fratini propone il soggetto per un nuovo film in cui la donna avrebbe il ruolo di protagonista e che è appunto intitolata Soggetto per il compleanno della Vitti. Altro epigramma dedicato al cinema è quello dal titolo Sceneggiando Giunone, che rientra tra le prime opere di Fratini pubblicate sulla rivista e descrive attori famosi alle prese con una sceneggiatura che ha per protagonisti gli dei, abitanti di un Olimpo molto moderno.

Il maggior numero di epigrammi satirici è però comunque indirizzato ai suoi colleghi letterati, ai quali spesso Fratini ama dedicare anche fantasiosi anagrammi, da cui traspare la ricchezza lessicale e la capacità di piegare il linguaggio alle proprie necessità. 

Più spesso però ad amici e colleghi Fratini indirizza rimproveri fraterni o critiche viscerali. Tra le sue vittime vi sono critici colpevoli di eccessiva crudeltà, editori in cerca di maggiori guadagni, registi che stravolgono completamente le opere che mettono in scena, scrittori pronti a tutto pur di ottenere successo.

Ai colleghi Fratini non dedica unicamente parole aspre di rimprovero, spesso infatti dalle pagine del Caffè decide di indirizzare ai lettori, quasi tutti letterati, anche utili consigli per le loro future produzioni. In un epigramma dal titolo Istruzioni per l'uso del settenario consiglia, ad esempio, la migliore posizione da riservare a questo tipo di verso. L'epigramma diventa poi protagonista nella satira intitolata Sia l'epigramma filtro..., in cui Fratini lamenta le esagerazioni della critica e delle avanguardie. 

Gli epigrammi di Fratini ammettono però toni più dolci quando il soggetto della poesia, che mantiene comunque assai spesso i caratteri della satira, è Antonio Delfini, amico fraterno, scrittore, poeta e assiduo collaboratore della rivista fino alla sua prematura morte, nel febbraio del 1963. 

Per ricordare l'amico appena scomparso, Fratini pubblica sul Caffè ventisei epigrammi dal titolo Omaggio a Delfini33, ai quali venne assegnato, lo stesso anno, il premio Silver caffè, organizzato dalla rivista. Anche in questa occasione però Fratini non perde la sua vena ironica e il suo tono polemico.


La vita al Caffè tra affetti e difficoltà

La dissacrante ironia di Gaio Fratini non risparmia davvero nessuno e non si risparmia neppure: l'instancabile autore, infatti, invia puntualmente alla rivista le sue satire, che numero dopo numero vanno a costituire una vastissima produzione. Produzione quasi interamente contenuta tra le pagine del Gazzettino, sul quale Fratini è quasi sempre collocato in apertura, e che a ben vedere può essere considerato fissa dimora di questo inquilino tanto irriverente e fuori dagli schemi. 

Fratini spesso e volentieri si occupa e si preoccupa del Gazzettino: in una cartolina indirizzata a Giovanni Giudici, ad esempio, scrive: 

Caro Giovanni, siccome – un mese fa – i tuoi versi per il Caffè erano andati a finire tra le babilonie del Gazzettino, li feci togliere dalle bozze e li conservo per una migliore occasione. Vicari è quel matto che è, i tuoi versi non sono matti, vogliono i titoli di testa sulla copertina, se no quale beneficio per un professionista del menabò […]34.

L'autore è più che conscio dell'essenza del Gazzettino e dello scarso rilievo che potrebbero avere le opere che finiscono tra quelle pagine, ma non se ne preoccupa. Non lo interessa l'essere circondato da un maggior numero di pubblicità – tra le quali spicca quella della rivista il Verri, diretta da Luciano Anceschi –, da accese discussioni tra scrittori o semplici informazioni di servizio.

Quella tra Fratini e il Gazzettino è una liaison necessaria più che obbligata: al satiro occorre uno spazio in cui riversare liberamente i suoi umori, esprimere i propri dubbi e le proprie rimostranze nei confronti di un'epoca che non dà il giusto valore alla satira di qualità e commentare in libertà la cronaca dei suoi giorni; nel Gazzettino invece bisogna inserire qualcuno che possa dargli lustro e visibilità, che non lo lasci insomma morire come spazio destinato ai soli addetti ai lavori.

E di quegli addetti ai lavori in realtà Fratini fa parte: è nel comitato di redazione dal 1969 e la confidenza che lo lega a Giambattista Vicari è tanto forte da permettergli di esprimere liberamente – e privatamente – le proprie opinioni. Così suggerisce a Vicari di cambiare i canoni per la scelta delle poesie da pubblicare: 

Oggi non si tratta più di dire: “questa è poesia e questa no”; piuttosto: “questa roba diverte leggerla, e quest'altra fa ormai sbadigliare”35. 

Confida a lui anche le proprie difficoltà: 

Avrei intenzione di parlare con più apertura con l'esiguo manipolo dei collaboratori, ma io con Vòllaro non riesco a fare un discorso serio, dialettico... I problemi, compreso Il deserto rosso, vanno aggirati con intelligenza, non presi di petto alla plebea, 

e ancora, sempre nella stessa lettera: 

Cerco amici nuovi, ma è un deserto. Non riesco a parlare con nessuno. Comincio a capire Delfini. Se lo sapevo, avrei fatto il notaio, ma è tardi36.

L'amicizia che legava Fratini a Vicari era un sentimento costruito su solide basi, così ne parla l'autore in una lettera del 1957: 

Mi accorgo adesso che sto dandoti del Lei: se gli uomini, seguitando a conoscersi, potessero passare dal tu al lei come prova di stima e rispetto, non temerei il duemila.

Ma al Caffè Fratini era forse più affezionato che all'amico Vicari: nel luglio del 1976 infatti, in uno dei tanti momenti di difficoltà economica della rivista, che arrivò addirittura al punto di chiudere i battenti per un certo periodo, Fratini sfida il direttore del Caffè attraverso una lettera inviata alla rivista Prima

Egregio direttore, Sergio Saviane, nella prefazione al suo “Moravia desnudo” inventa la fine metafora di un manoscritto rimasto “più di un anno in parcheggio in casa Fratini”. L'ex appartenente al comitato di redazione del Caffè -ecco una buona inchiesta: perché non esce più? Morte della satira o mancanza di soldi?- sorvola sul perché della consegna: il pamphlet, come d'accordo, sarebbe dovuto apparire a puntate sul Caffè a partire dal luglio scorso. Ma la rivista entrò in coma e non è più uscita, dopo due anni di vita. C'è qualcuno a Milano – che non sia il solito editore compra-testate – pronto a versare tredici milioni per la ripresa della più simpatica e bella rivista politico-letteraria italiana? Buttato a mare questo comitato di direzione fatto di parassiti e convitati di pietra – Saviane e rari altri esclusi – si potrebbe in pochissimi tornare al Caffè: presidente onorario Giambattista Vicari, Fratini direttore, Saviane redattore, Giorgio Manganelli segretario di redazione38.

L'amico tradito risponde dalle pagine della stessa rivista, con toni altrettanto aspri, nel settembre dello stesso anno: 

Signor direttore, se mi permette, avrei qualcosa da dire a proposito della lettera di Gaio Fratini […]. Fratini propone di condurre una inchiesta per chiarire perché Il Caffè non esce più: morte della satira – si chiede – o mancanza di soldi? Fornisco io subito agli elementi: l'uno e l'altro. Se non morte, certamente crisi della satira, come è evidente dal linguaggio che qui applica cotesto principe della -ex- satira. Mancanza di soldi: lo sa benissimo, lui, come lo sanno tutti, che qualsiasi iniziativa editoriale di registro culturale -non speculativa-, non è più realizzabile, per via dei costi astronomici attuali. […] La rivista non è morta dopo due anni di vita. È stata sospesa -nel luglio 1975- dopo ventidue anni di vita: la tengo in caldo -o in frigorifero-. […] E perché poi cerca un editore che non sia un “compra-testate”, visto che si tratterebbe proprio di accaparrarsi una testata? Infine perché oggi trova abominevole questo “solito” compra-testate, con cui fino a ieri ha collaborato a lungo senza mai minimamente sdegnarsi? Dice che ci vogliono tredici milioni -annui, suppongo-. Non sa niente dei costi di gestione di un Caffè. Sappia che di milioni ne occorrerebbero più del doppio. Secondo lui, questo nuovo editore dovrebbe buttare a mare l'attuale comitato di redazione fatto di “parassiti e convitati di pietra”, come egli definisce un'équipe di scrittori tutti di gran prestigio, almeno tutti bravissimi – tra i migliori – proprio su quel terreno specifico -la produzione di testi satirici e grotteschi, o lo studio entro questo versante- da lui prediletto e in cui certamente eccelle, a parte certe cadute, come questa. Ma lui -come chiunque- sa bene che chi volesse compiere una simile rozza operazione dovrebbe fare i conti con me, non con Fratini o con eventuali detentori del potere di qualsiasi sorta. Con me e con le persone che stimo, che apprezzo come i migliori operatori in questo campo -tra i quali ci sono sicuramente anche lui e l'amico S. Saviane- e che non cesserò di tenermi vicino, per consultarmi e per fare, ove si possa ricominciare a fare. Voglio considerare l'organigramma proposto da Fratini come una boutade umoristica, intesa a dare un momento di disinvolta gaiezza a questa sua greve e per niente satirica uscita, nella quale ha così malamente diretto il suo getto antiparassitario.

I toni della polemica sono accesi, ma Vicari conosce Fratini, sa che spesso la sua scrittura è impulsiva, e che dimentica poi, con la stessa velocità con la quale ha attaccato, sia l'attacco che la difesa, per tornare amici e colleghi come prima.

Il Caffè fu, senza dubbio alcuno, un solido punto di riferimento per Fratini, l'unico che gli fornì la possibilità di sperimentare e dare libero sfogo ai suoi pensieri, senza mai porgli limiti. Fratini ne parlò poi sempre con rispetto e nostalgia: 

In via della Croce prosperò il commercio di una straordinaria rivista peripatetica, Il Caffè di Giambattista Vicari. La nostra redazione viaggiante aveva soste mattutine e serali al Bar Roma, angolo di via del Corso. Nel '73, diventato il Bar Roma una calzoleria e poi una jeanseria, trasferimmo armi e bagagli della rivista nella sala interna del Caffè Greco, a via Condotti. […] Lo splendido dandy di Ravenna -sempre in giacca di velluto nero e cravatta bianca- compensava i collaboratori invitandoli da Cesaretto, la piccola, famosa trattoria dove è passata, lungo un cinquantennio, il fiore della lettere, del mondo dello spettacolo, del giornalismo. Cesaretto, oggi Luciano Guerra, è stazioncina di vecchi e nuovi aforismi, battute, satiriche controinformazioni, curiosi aneddoti. Vi disegnò alacremente, fino a tre anni fa, Mino Maccari. Mi disse sottovoce un giorno, mangiando un ossobuco: “Sia dedicato un triduo / all'ultimo individuo”. Un memorabile tavolo databile 1955 fu quello composto da Vicari, Flaiano, Orson Welles e Lea Padovani. Orson Welles leggendo alcuni epigrammi usciti su Il Caffè sospirò: “Ci vuole molta pazienza a farsi dei nemici”. Vicari scelse l'improvvisato aforisma di Welles come etichetta dell'eversiva rivista.

La rivista e la sua sede itinerante furono per Fratini luoghi di condivisione e confronto, elementi necessari alla crescita professionale di uno scrittore e spesso, soprattutto a quei tempi, difficili da ottenere.

Riuscì infine a dimostrare tutta la sua gratitudine nei confronti del Caffè curando, nel 1992, un'antologia della rivista. Fratini presenta così Il Caffè, il clima culturale nel quale la rivista nasceva e l'antologia da lui curata, in un articolo inviato al Mattino di Padova: 

[…] Mi aiuti Marziale, il boss dell'epigramma, a non apparire un nostalgico. Ma come faccio a rassegnarmi all'idea di un'attività letteraria, di una vita culturale oggi quasi del tutto scomparse? La più stimolante poesia è nata con Gioacchino Belli al Caffè Greco di Roma. È qui che Gogol scrisse molte pagine delle Anime morte. Voglio ricordare che negli anni Sessanta Giambattista Vicari aveva trasformato una saletta interna del Greco in redazione del Caffè, una rivista di letteratura satirica nella quale hanno scritto i più grandi spiriti europei, da Palazzeschi a Calvino, da Beckett a Queneau, per non parlare di Arbasino, Sanguineti, Malerba, Nanni Balestrini. Con Ennio Flaiano e quello straordinario narratore di Modena, Antonio Delfini, ho redatto al Canova di Piazza del Popolo L'Almanacco del Pesce d'Oro, agli inizi degli anni Settanta. Entrò una sera Attilio Bertolucci e Flaiano scrisse a matita su un foglietto questi due versi estemporanei che immediatamente furono inseriti nell'Almanacco: “Quest'anno è andata male al poeta Bertolucci. / Gli hanno tolto il Nobel per darlo a Carducci”. Sono passati oltre vent'anni, ma per quanto mi riguarda seguito a scrivere epigrammi su tavolini di marmo. Oggi la lingua grottesca, la parodia, il vignettismo corrente rischiano la sclerosi espressiva. Manca la struttura metaforica, quel colpire di fioretto che sa lasciare impercettibili ma fatali segni sul personaggio politico prescelto. Oramai girano in quotidiani e settimanali vignette da tavola calda, da fast food, da usa e getta. Questo glorioso Caffè diretto da Vicari, e di cui sta uscendo un'antologia da me curata, aveva tra i suoi disegnatori Steinberg, Mino Maccari, Folon. […].

Sono inguaribilmente affezionato alla moribonda civiltà dei vecchi caffè,

racconta in un'intervista di Giampaolo Martelli del 1996, e continua:

ma non sono un intellettuale da caffè, locuzione dispregiativa secondo lo Zingarelli. Negli anni Sessanta ho inseguito un cronista dell'Avanti! da piazza del Popolo all'imbocco di via del Babbuino per sbranarlo, poiché lo stolto aveva additato Flaiano e Fratini come due intellettuali da caffè. Per me il caffè è certamente la tolda di una nave corsara ma è anche un luogo di estasi e di meditazione42.

E veramente era possibile trovare ancora, a distanza di anni dalla scomparsa del Caffè di Vicari, il nostalgico Fratini seduto al un tavolo di un caffè, non più a Roma, però, ma a Orvieto, al Caffè Montanucci. 

[...] E là, in una cornice surreale con le pareti tappezzate di giornali e uno zoo di animali di legno, a un tavolo rotondo di marmo, seduto su una poltrona di vimini, c'è Jago della Pieve, cioè Gaio Fratini, “giocoliere imprevedibile” e “genio autolesionista”. Già, per l'ambivalenza che lo contraddistingue, può essere Gaio e insieme Jago. Chino su di un grande quaderno a spirale, lui scrive e scrive annerendo di frasi nere i fogli bianchi. […] La testa calva e i ciuffi di capelli grigi sulle tempi, la fronte solcata da una ragnatela di rughe e il naso in rilievo, Fratini assomiglia al poeta Max Jacob, il principe della bohème parigina in anni ormai lontani. Indossa una camicia azzurra col colletto sbottonato e un paio di calzoni color crema. Sul tavolo occhiali dalle lenti scure, tazze e bicchieri, fogli e penne, e un libro di Kafka, America. Ne sfoglia alcune pagine: “È un romanzo straordinario, il viaggio in un mondo immaginario – sottolinea –. Franz mi ha fatto capire come si scrive...”.