CRONISTORIA

 

Anna Busetto Vicari, SINTETICA CRONISTORIA DE “ IL CAFFE’”    1953-1977




1953. La prima serie



   “Il Caffè” fu fondato a Roma, nel 1953, da Gian Battista Vicari. I primi tre numeri erano costituiti da un foglietto formato giornale in carta leggerissima, di otto pagine di 27 x 37 centimetri; stampato dalla tipografia La Sfera di Trastevere, ogni numero costava trenta lire. 

Fino al n.4 del 1955 il titolo completo della testata fu “Venerdì il Caffè”, col sottotitolo “mensile di attualità e cultura”.

   La pubblicazione era semiclandestina, priva di una precisa impostazione, le pagine scritte su cinque colonne, interrotte da trafiletti stampati a rovescio.

La redazione aveva sede in via dei Condotti ed era composta da tre giovani giornalisti: Giorgio Capuano - cognato di Vicari, ne aveva sposato la sorella - risultava direttore responsabile, Vicari, allora critico letterario della “ Settimana Incom “, adottò nel primo periodo lo pseudonimo R.G. Giardini col quale figurava come condirettore,  e Giancarlo Ugolini, con l’incarico di redattore capo.

   L’idea  di fare un nuovo giornale Vicari la coltivava da un po',  come raccontò più tardi : “  … accanto a me c’era Sergio Zavoli … si dovrebbe fare un giornale - gli dissi- che dica la verità su tutto e su tutti, senza paura. Dovremo pagarcelo noi, non è possibile accettare niente da nessuno. Zavoli sussultò. << E’ il mio sogno >> disse  -1-.

   Vicari fondò il giornale con i pochi amici che lo vollero accompagnare nell’avventura e in una certa precarietà di mezzi finanziari; il giornale doveva essere assolutamente libero e indipendente.

L’ambiente letterario romano  di quegli  anni si radunava la sera nei luoghi ormai noti, tra i quali i tavolini del Canova e del Rosati a Piazza del Popolo. E in poco tempo “il Caffè” divenne un analogo punto d’incontro di scrittori di tutto rispetto, che si divertivano a infastidire il sistema letterario insieme a Vicari, che così descriveva quegli inizi: “ Il Caffè è nato per scherzo, come giornaletto clandestino, che io non volevo dirigere, non volevo.  apparire … Era un divertimento, un foglietto. Poi, un po’ alla volta, siccome io faccio, così, modestamente, il critico letterario, avevo le mie posizioni, cioè le mie posizioni erano una specie di fastidio verso il neorealismo di quegli anni, questa letteratura degli stracci, malinconica, verso il lirismo, l’elegiaco, tutto questo sviolinamento della letteratura italiana  - 2 -. 

   Nella prima annata, i vari temi- politica, cronaca, cultura - erano affrontati in modo trasversale e giocoso. Italo Calvino, sollecitato da Vicari a collaborare, gli scrisse che sicuramente il giornale era un “ simpaticissimo foglio umoristico polemico “ la cui sostanza era però del tutto diversa da quella che avrebbe dovuto essere a suo parere una nuova serie, “ che conserverà del primo Caffè spregiudicatezza e spirito, ma avrà tutt’altri interessi e impegni “ - 3 - .

   Pur con tono scherzoso, “ il Caffè” non rinunciava però a lanciare pesanti sferzate contro i falsi valori accumulati sin dal dopoguerra e ne è testimonianza l’inchiesta sulla libertà di stampa, uscita sul terzo numero, intitolata Il prezzo della sincerità, alla quale risposero molti giornalisti e scrittori.

   Nel suo primo anno, la rivista si dedicò a indagare i rapporti tra politica e cultura. Il punto dolente era la diserzione degli uomini di lettere dai partiti: “ c’è veramente qualcosa che non va, oltre le private responsabilità e determinazione della nostra classe intelligente. Ed è la crudeltà dei sodalizi pollici. Il loro perenne ricatto… il sostanziale dispregio in cui essi tengono la gente di cultura e d’arte. Allo scrittore il partito apre regolarmente la porta di servizio, lo tiene ai margini - 4 - .

Così, “il Caffè” superò la sua prima fase, con la continua provocazione, con l’intervento su argomenti generali della vita pubblica. Questo gli servì a digerire le scorie, che erano “ le verità dette senza ritegno e senza calcoli “ - 5-.


1954-1955. La seconda e la terza serie.


   Nel 1954 le pagine del Caffè salirono a una media di venti e fu adottata una carta più spessa; cambiò anche la copertina: il titolo, scritto a carattere più grandi e stilizzati, era incorniciato in una sequenza di fotografie di scene di caffè. Stampato dallo stabilimento grafico Capriotti, aveva il prezzo di 60 lire, il sottotitolo era semplicemente “ mensile di attualità.

   Il primo numero conteneva’ un editoriale, sollecitato dai collaboratori e amici della rivista che desiderano che imboccasse una strada più definita: “ È meglio dire che è un foglio di attualità.sarebbe più facile definirlo diletteratura.ma ci sembrerebbe poco, mai come oggi abbiamo sentito l'angustia della nostra condizione.nella vita, ormai, la scelta di base si è da tempo compiuta, il noi che scriviamo, E in chi ci segue, in chi ci legge: cuore e mente alla cultura, dedizione a questo impegno di documentare giorno per giorno come si specchi noi il tempo che scorre, e come ci ritorni riflesso nelle nostre immagini create…. Ci contentiamo di metter becco su tutto, sui casi delle zone depresse come sulle prestazioni della Pampanini, sui Monopoli e sullo sfacelo mentale organizzato sta talmente attraverso milioni di altoparlanti, sulla riforma elettorale e sulle sovvenzioni del cinema, sulla morte di Pisciotta e sugli enti di pubblica utilità. Su tutto. Vogliamo abituarci a non essere timidi. Abbiamo sempre avuto troppi complessi. Vogliamo sentirci come gli altri. Con in più questo: che questo nostro intervenire continua metterà meglio in moto i nostri umori; e così, alla fine, i nostri libri costituiranno il documentario perenne dello scorrere della vita di ogni giorno “”. I letterati non aspiravano a entrare organicamente negli apparati partitici, ma chiedevano un utile scambio con la politica. Si intendeva la letteratura come un bene comune, da difendere e potenziare, creando un punto d’aggregazione per i giovani letterati.

   Enrico Emanuelli riteneva che la rivista sarebbe potuta diventare la sede adatta per una letteratura che  doveva diventare più pubblica, entrando nei canali d’informazione come già succedeva per le altre forme d’arte come il teatro e le arti figurative. Era indispensabile una nuova rivista letteraria che fosse, però, scanzonata e antiaccademica : “ Ti faccio molti auguri per la tua nuova iniziativa che mi pare buona e anche utile. Non c’è una rivista italiana che metta gli occhi sui nostri nuovi scrittori     tutto sta nel compilare una pubblicazione chiara, che abbia molto pepe: suscitare, se è necessario malumori e. nemici.  Basta non cadere mai nel piccolo caso personale, ed avere sempre una generosità magnanima e, insomma, vedere un po’ le cose in grande. La letteratura nostra è sempre stata molto provinciale, molto personale: bisogna che corra nell’aria come altri fatti d’arte”  - 6 -.    La nuova serie si arricchì di interventi critici, con antologie di testi letterari e disegni dedicate alla provincia - Pesaro e Urbino, Parma, Bologna-, articoli di cronaca letteraria e di costume - Sciascia, Prisco, Berto , Rea, Emanuelli, Tobino, Compagnone, Indrio,  Del Buono, ecc. -, inchieste sulle letteratura in forma di discussione tra Bernari, Brignetti, Franciosa, Saito e Vicari, articoli di critica letteraria di Fernanda Pivano sulla letteratura americana e di Giorgio Caproni sui problemi della poesia. Fu introdotta poi la rubrica “Libri sì e no”, di consigli e critiche sui libri appena pubblicati, a cura di Ornella Sobrero, preziosissima e fedele collaboratrice del Caffè.

   Nel Luglio 1954 la rivista assunse il formato  di rivista, aumentando le pagine a quaranta. La copertina ospitava foto di personaggi famosi del cinema e della letteratura. Il numero doppio 5-6 si apriva con un articolo di Vicari che approfondiva il tema del rapporto tra politica e uomini di cultura, segnalando il pericolo che i secondi perdessero la possibilità di agganciarsi alla parte viva del Paese, ora che erano spenti i fermenti nati nel 1945, e citava le parole di Mario Luzi che su ”La Chimera” aveva sottolineato come il risveglio del dopoguerra fosse servito ad accantonare involuzioni e astrattismi, ma non a “ bilanciare né la forza di inerzia di una lunga tradizione retorica né il peso di una abitudine di ipocrisie e di sottigliezze”. Si potrebbe leggere in queste affermazioni anche una sollecitazione e una richiesta di appoggio al gruppo fiorentino de “ La Chimera”, che però si dissociava dal lavoro del Caffè, lontano dal proprio “ spirito di netta esigenza poetica”  - 7 -.

 Si accese un dibattito sul neorealismo, con interventi di Angelo Romanò, Vicari, Domenico Rea, Raffaello Brignetti e altri, raccolti solito il titolo “ Letteratura ohi Peppì”. Nonostante le critiche e le riserve, Vicari riconosceva al neorealismo il merito importantissimo di avere compiuto un’innovazione linguistica e di avere in molti casi arricchito la scrittura: quell’ “aria di corruzione verbale” non era fatta solo di “ trovatine racimolate nel dialetto”, citando Fenoglio, che aveva tentato di costruirsi un linguaggio che aderisse alla sostanza.

   Sul n. 5 del 1955 fu avviata un’inchiesta sulla nuova letteratura italiana, intitolata “ La narrativa dei dieci anni “, con gli interventi di Arnaldo Bocelli, Ferdinando Virdia, Giuseppe Ravegnani, Fernanda Pivano, Leonardo Sciascia e altri. 

   “Il Caffè” indicava i nuovi scrittori: Giuseppe Berto, Raffello Brignetti, Elio Bartolini, Milena Milani, Michele Prisco, Mario Pomilio, Domenico Rea, Giorgio Bassani, Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Pier Paolo Pasolini ecc. Vicari intendeva trovare un “ coordinamento dei valori più nuovi e di quelli non ripudiabili della ricerca di ieri “: si potevano salvare  alcune tendenze della narrativa precedente al 1945 come lo psicologismo, il pasaggismo, la ricerca lessicale ma si doveva considerare il tentativo della letteratura più recente“ di sliricizzare la scrittura, di uscire dall’intimità “ ed effettuare un “ allacciamento, che ancora non si è operato con perfetta naturalezza, tra il passato recentissimo e il fervore un poco scomposto di oggi” -8- . L’inchiesta continuò sui numeri seguenti, affiancando agli interventi critici la presentazione di un giovane scrittore e di un suo racconto - Mario Pomilio, Michele Prisco, Pierpaolo Pasolini, Goffredo Parise, Italo Calvino, Leonardo Sciascia-. 




1956-1961


   L’ultimo numero del 1956 uscì a notevole distanza da quello precedente. In quell’anno uscirono, a singhiozzo, solo cinque numeri- contro i dodici annunciati- a causa dei problemi che coinvolsero la tipografia di Vallecchi - che dal n.8 del 1954 era subentrata allo stabilimento grafico Capriotti.

Il numero cinque aveva una nuova veste tipografica: il formato era più piccolo - 17 x 24 centimetri-, le pagine , di carta più spessa, erano una sessantina.

   L’editore divenne Salvatore Sciascia di Caltanissetta, che continuò fino al 1959. Il prezzo era duecento lire, la tiratura media di cinquemila copie. Il nuovo “Caffè” fu arricchito dall’introduzione, nelle pagine finali, del “Gazzettino”, che conteneva pezzi brevi di critica e di cronaca letteraria, note scherzose, ecc.

   I costi di stampa erano molto alti e la rivista era priva di finanziamenti a cui preferiva rinunciare per salvaguardare la propria libertà. Un articolo redazionale spiegava ai lettori che l’epoca delle riviste stava finendo, le iniziative collegiali degli scrittori divenivano  “ lussi impossibili e superflui “  - 9 - . 

   Vicari manteneva in vita la rivista garantendosi la pubblicità di Agip e di Olivetti e tramite gli abbonamenti. Si rivolse a Flaiano, chiedendogli di entrare a dirigere la rivista in un “ triumvirato”, con lui e Virdia : la comune coscienza letteraria, oltre all’amicizia e alla stima reciproche, avrebbe permesso di seguire certi criteri, primo fra tutti la piena libertà artistica, e poi la reazione alla noia e al conformismo. Il fastidio per l’utilitarismo di certi scrittori, per la piattezza della critica e e per la mancanza di arguzia spingeva sempre più Vicari a cercare gli estri anticonformisti. Si dovevano rivalutare i veri umoristi - da Flaiano a Gadda, da Delfini a Palazzeschi, la tradizione recente e lontana, fino ai minori -. 

   Flaiano assicurò a Vicari di collaborare, ma rifiutò di figurare nominalmente nella redazione. Fu lui a suggerire l’adozione di una veste tipografica che passasse quasi inosservata, con caratteri semplici, tipo rivista inglese del ‘700, concordando con Vicari, che desiderava un’impaginazione classica. 

   “ il Caffè “ si stava avviando verso un ambito più ristretto e meglio localizzato, voleva compiere un’azione che  mettesse “ in moto quel rapporto costante tra vita e arte, tra verità e poesia, tra forme e contenuti in cui si risolve l’autentica e non sofisticata ricerca dello scrittore “ -10- - e sul numero 6 del 1957 pubblicò una serie di dichiarazione programmatiche, un vero e proprio manifesto:


“ Il Caffè aspira  a mantenere vivo , nel corpo del lavoro letterario, il ricambio degli schemi d’associazione estetica; e a reagire all’usura non soltanto delle formule, ma anche e soprattutto die materiali che ogni epoca insistentemente predilige.

PUR SENTENDO viva la pressione degli oggetti siamo convinti che l’unico modo autorizzato per arricchire il patrimonio ideale è, per gli scrittori, esclusivamente quello di rinnovare il patrimonio degli strumenti espressivi. 

 CI SI PROPONE pertanto un’opera d’integrazione, e non di polemica nei confronti dei modi consueti, reagendo la dove appare evidente la ripetizione di temi e di modi, se non addirittura la cristallizzazione delle leggi e del repertorio grammaticali.

NON C’E’ NESSUNA ripugnanza per la eresia didascalica; ma c'è, sì, ribellione all'uso delle idee in modo non letterario, alla tendenza a soddisfarsi di materiale che non sia divenuto anche linguisticamente plausibile-  di un materiale che troppi aspirano a consumare al di fuori di ogni sua riduzione estetica.

LA VIA SCELTA è quindi quella di uno sperimentalismo conscio della sua continua provvisorietà, della sua funzione relativa. Non possiamo prescindere dall'inserimento dei risultati meglio riusciti nel loro tempo storico; ne aspiriamo a una integrale separazione dalle forme più nobili raggiunte, dal clima di cultura che ci avvolge. Ma vorremmo che la tradizione più viva e la presenza di certe direttrici culturali non inducessero mai alla pigrizia, allo schematismo, all'automatismo strutturale e di pensiero.la ricerca sperimentale tende al rovesciamento delle convenzioni, al capovolgimento della norma passiva.

VEDIAMO CHIARAMENTE I limiti di uno sperimentalismo che miri solamente a rimescolare gli stessi elementi non vivificate dall'esperienza, le formule ormai inerti; ma siamo disposti a concedere l'onore preliminare perfino all'artificio, a condizione che esso serva a una riorganizzazione letteraria delle materie. E sia chiaro che l'artificio deve restare un momento iniziale: come l'avvio d’ officina. Lo respingiamo come momento casuale e come limite. Lo assumiamo soltanto in quanto sia valido a far scattare quel “tertium quid “- il subdolo valore estetico!- che deve sempre essere intermedio tra la conoscenza e l'azione, tra la percezione e la verità ultima, non ridotto ad azione e a verità assunte al loro estremo grado, rese evidenti fuori dell’interpretazione estetica.

VORREMMO PERTANTO che la ricerca dello scrittore-tesa a riempire le zone vuote del costume e del gusto a lui contemporanei-partisse da una tensione che gli consenta di collaudare ciò che sia artisticamente rigido e sordo.e qui potremmo ripetere che, pur senza negare le verità obiettive e statiche, pensiamo a una verità in movimento, che la letteratura deve sempre includere come una profezia-in cui la storia stessa, e la scienza, e la filosofia, e la religione medesime si accrescono, diventano dinamiche, e calate e ridotte entro quella autonoma sfera che è l'esperienza estetica.

ASPIRIAMO, E’ CHIARO ad un mondo che si trasformi sempre in linguaggio, e sollecitiamo un continuo tentativo di aggiornamento della parola che si atteggi in simboli continuamente imprevisti.è naturale che accettiamo, così, perfino il rischio della deformazione, della stilizzazione, perfino dell'arbitrio concettuale e formale.

 PERCIO’ DIFFIDIAMO soprattutto del moralismo diretto, del patetico esplicito, del lirismo, che automatizzano l’ispirazione; e preferiamo genericamente indicare l'ironia, la comicità, la parodia, il grottesco, la ricerca dell'eccentrico - cioè le deformazioni: e non le più facili- come più fecondi stimoli, perlomeno come i mediatori per giungere a significati e a prospettive perennemente nuovi. Ed è anche ovvio che l'adottare dei lieviti non significhi cibarsi soltanto di essi.

FORSE TUTTO CIO’ sarà un modo soltanto cordiale ed esterno di rottura e di ricomposizione.ma il sistema tocca motivi non soltanto strutturali: la letteratura attinge la propria libertà fondamentale qualora disponga di un'assoluta spregiudicatezza di forme, necessaria -oltre tutto- anche alla sua libertà morale. Ricordiamo che l'abitudine ottundere la percezione: e non soltanto quella artistica”.


   Sul numero successivo si aprì un dibattito che proseguì fino al numero quattro del 1958, in uno spazio intitolato Pagina quarantotto dal numero della pagina in cui furono pubblicate le prime dichiarazioni, con interventi di G. Bàrberi Squarotti, M. Pomilio, T. Lamb e altri. Quel programma di rinnovamento del materiale letterario andava condotto con una particolare attenzione critica e con la scelta dei testi : “il Caffè” cominciò  a pubblicare  Palazzeschi, Delfini,  Calvino, Flaiano, Buzzati,  e tra gli stranieri  M. Jacob, C. Cros, H. Michaux, R. Roussel, R. Char, E. Jonesco, , A. Adamov, A. Jascin, C. Morgenstern,  e iniziò le riproposte di autori del passato - A. F. Doni, C. Dossi, I. Romano, G.B. Casti-: un  lungo elenco di ‘ dissidenti’ letterari, sulla linea della ricerca linguistica e dell’eccentrico che  lo porterà negli anni ’60 ad aprire i rapporti con R. Queneau, A. Frénaud e J. Tardieu e a farsi rappresentante della Patafisica in Italia. 

   Sul numero 12 del 1959 una nota redazionale annunciava il programma di cambiamento: “questo nostro modesto tentativo di sclericalizzare la letteratura, lanciarla nelle sue plateali espressioni di conformismo e di provincialismo, di toglierle quella facilità che oggi è fin troppo ostentata, verrà innestato - a cominciare dal primo fascicolo dell'anno prossimo - in un'altra azione in cui cercheremo di attivare su scala più ampia un diretto rapporto, uno scambio assiduo con alcuni dei settori più vivi della letteratura straniera, francese, inglese, spagnola, tedesca, nordamericana, ispano - americana, russa, ecc. Dal numero prossimo metteremo una buona diffusione all'estero -e in alcune zone il Caffè è già noto grazie ai buoni rapporti che intratteniamo con alcune notevoli personalità letterarie-, e accentueremo la pubblicazione di testi scelti tra i meglio rappresentativi della letteratura straniera più avanzata. Siamo sicuri che più che mai sia necessario ampliare quel colloquio tra noi italiani e coloro i quali, all'estero, operano nel nostro stesso campo, che nonostante l'europeismo ufficiale, la distensione eccetera, stenta a mettersi in moto, ridotto più che altro ad un cerimoniale di squallida inutilità -…-. E pensiamo che un simile lavoro sia pur modesto, quale a noi può essere consentito, potrà giovare a dissipare l'ignoranza e gli equivoci che, fuori, circondano la condizione odierna delle lettere italiane. A tal fine pubblicheremo anche testi in lingua originale; spesso daremo altri testi  - … - tradotti in lingua straniera rivolti soprattutto ai lettori stranieri.

   Nel frattempo, durante il 1959, a testimoniare la volontà di diffusione della rivista, era stata creata una redazione per l'Italia settentrionale, con sede presso il nuovo editore Amicucci  - Padova- , coordinata da Sandro Zanotto.

   Nel 1961 “il Caffè “assunse il formato a volume, - 160-230 pagine - con la copertina bianca, progettata da Max Huber. L’uscita del fascicolo divenne bimestrale. Si aggiunse una redazione milanese, guidata da Giorgio Soavi e una redazione parigina, coordinata da Enrico Fulchignoni. La distribuzione della rivista fu affidata a due grandi imprese, che ne assicurarono la regolare presenza nelle librerie italiane e straniere.

   Le sue pagine si arricchivano dei testi di scrittori italiani tradotti in lingua straniera  - Cassola, Calvino, Comisso, Bilenchi- e il “ Gazzettino” divenne ancora più vivace, grazie alla cura del poeta Gaio Fratini. Tra gli autori pubblicati in quell’anno c’erano J.R. Wilcock, S. Mrozek, J Torri, E. Sanguineti, A. Frassineti, O. Paz. , I. Calvino, L. Bianciardi,J. Lescure, J, Cortazar, R. Walser, N. Risi, J.L. Borges, G. Rodari, L. Sinisgalli, A. Delfini, R. Queneau. 


La poetica della smorfia


   In un articolo su “il Verri “ del 1959 - n. 6 -  Edoardo Sanguineti aveva definito “il Caffè “una rivista “svelta e viva”, il cui merito maggiore era il tentativo di “ rompere quel frontespizio di marmo” che si era creato nella produzione letteraria neorealista, troppo spesso appesantita dal “moralismo diretto”, dal “patetico esplicito”, dal “lirismo”.

   Questa,  che Sanguineti definiva la “poetica della smorfia”, era stata lanciata da “il Caffè” su Pagina quarantotto ed era stata  già teorizzata da Vicari che credeva che  il grottesco potesse minare ciò che l’aulico tendeva a rafforzare, cioè la  “ confusione istituzionalizzata”: ” noi, personalmente siamo per quest'altra poesia, a costo di vedere nei libri una smorfia, e non la solita, impassibile, monotona solenne faccia di marmo” …  non abbiamo timore se nelle nostre pagine entrerà una congerie di oggetti finora mai visti: cacceranno gli altri oggetti.non c'è timore circa gli sperimentalismi del gergo, del pastiche,  ecc. : ormai è chiaro che la finzione letteraria -sacrosanta- è oggi un caso di coscienza e non uno spettacolo.l'assicurazione dello stile, la vita formale immune e garantita appartengono alle età tranquille.questa è un'età confusa e tragica che può perfino permettersi il lusso di esercitare impunemente il grottesco senza timore di cadere nel futile  -11- .

   In quel periodo “il Caffè “ entrò in contatto con alcuni poeti d’avanguardia, che avrebbero poi costituito il Gruppo ’63 con cui condivideva la reazione alla nozione del prodotto intellettuale come prodotto immediatamente fruibile. I primi impulsi di quell'avanguardia, prima che fosse coinvolta in implicazioni ideologiche e politiche più dirette, collimavano con le posizioni che” il Caffè” aveva assunto fin dagli anni ’50, anche e soprattutto per ciò che riguardava l'uso del mezzo linguistico. Lo stesso Sanguineti aveva sottolineato la funzione dell’ironia “come condizione indispensabile per sfuggire a un gioco tutto precostituito di forme di motivi, legittima via di salvazione lirica”. La poesia satirica in questi  anni ’60 vive sotto il segno dell'irrisione, genere estraneo alla poesia tradizionale, della quale mira a denunciare le invecchiate istituzioni. La rappresentazione dell'assurdo diveniva ilare, la reazione al senso drammatico si compiva attraverso il riso. 

   Cesare Vivaldi aveva affermato l'esistenza - nell’Italia del dopo guerra e del boom economico -di possibilità per una nuova poesia e soprattutto per una nuova letteratura satirica, che solo ora poteva tornare alla ribalta per l'incontestabile libertà economica, sociale e di costume della cultura moderna: condizione necessaria perché si creasse una forte dialettica tra vecchio e nuovo e che si potessero mettere in luce tutti i lati negativi di certi ambienti, e cioè “ l'affarismo, la venalità, il carrierismo, la deboscia”.  Un'attenta lettura secondo Vivaldi era in grado di portare alla luce un filone sottile di poesia satirica che partendo dal primo novecento con Marinetti, Papini Soffici, Palazzeschi ecc. continuava nei versi di Tessa e Noventa e poi di Maccari, Tobino, Pavese fino ad arrivare agli anni ’60, a questi andavano aggiunti i contributi satirici di certa narrativa -Svevo, Pirandello,, Palazzeschi Comisso, Brancati, Buzzati Landolfi, Panzini, Bacchelli, Gadda, Delfini, Moravia, Silone, Alvaro -.

   Sul numero cinque del 1959 era uscito un racconto di Edoardo Sanguineti - E - e poi -  sul numero quattro del 1961 - dello stesso autore, Prosa e poesia, che comprendeva un testo poetico -Purgatorio dell’inferno- e un racconto - Capriccio Italiano-.

   Tra il 1959 e il 1964 “il Caffè” pubblicò anche testi di Pagliarani, Giuliani e Balestrini; lo stesso Vicari, legato da un’antica amicizia a Luciano Anceschi, partecipò al raduno palermitano del gruppo 63. Ma”” il Caffè si era immesso su una via di ricerca più ampia, ospitando una maggiore e più varia produzione poetica.

   Piero Chiara scrisse - sul numero sei del 1963 -, a proposito di un testo di Fratini, a confronto con il Gruppo '63 : “ E forse la sola poesia leggibile, oggi che i Novissimi appaiono colpiti dall'occlusione intestinale e dal restringimento uretrale. Si può dire che finalmente un poeta è riuscito a liberarsi di ciò che aveva dentro, a prorompere oltre ogni sfintere freudiano e a mettere in luce escrementi cerebrali di rara lucentezza e solidità. E’ proprio ciò che pochi riesce, nonostante gli sforzi; delfini riusciva, a Gadda in un altro modo. E a chi ancora? “. A interpretare i possibili accostamenti e legami tra satira e avanguardia  può essere utile l’affermazione di Ottavo Panaro:“ La satira va inquadrata, dopo gli anni ’60, accanto all’irrazionalismo avanguardista, da esso stimolata, ma non avvinta, storicamente più vicina alla cronaca e alla storia intesa in una nozione più umana- là dove l’avanguardia può anche essere, alle volte, disumana, nel senso di antiumanistico “ -12-.




L’IRRISIONE 


  Si rendeva necessaria una verifica delle relazioni tra satira e letteratura. Dopo l’esperimento ormai concluso dell’inserto di COSA NOSTRA, avviato sul n. 4 del 1964, nel quale gli scrittori  cercavano di attuare satiricamente una critica della società, chiamando in causa  casi e personaggi dell’attualità,  era giunto il momento in cui “ l’eccentrico letterario, il grottesco, la satira in particolare, devono capovolgere i loro metodi. Il prendere nettamente parte e l'avvicinarsi troppo agli obiettivi -destinati a scomparire rapidamente all'orizzonte- significa far polemica non letteratura. Che cosa deve dunque fare la letteratura che manovra gli strumenti dell’eccentrico, grottesco, parodia, satira, ecc.? Se è inutile che essa contesti direttamente i contenuti della società, deve tuttavia mirare a renderli improbabili e impraticabili.non tanto aggredirli quanto svuotarli” - 13 -.

Lo Vicari, sul n. 6 del 1967 scriveva :“l'asse si va a spostando rapidamente, da un disimpegno irto di certame linguistico e di approfondimento strumentale ad una radicalizzazione dell'impegno in una direzione politicizzata sul versante estremissimo … alla letteratura sta per succedere quanto già in atto nel campo delle arti figurative che sono state ormai integrata e totalmente, istituzionalizzate e ufficializzate proprio la dovesse credevano di essere iconoclaste . A questo punto, le armi convenzionali del sarcasmo, dello humour e della satira possono apparire inefficaci. Come identificare dunque la verità se non ammettendo che è multipla? L'azione, dunque, deve tendere a ridare sempre la fluidità alle idee, e a impedire che si riproducano. Le idee sono buone una volta sola, poi sono sempre da buttare. Se si accetta questa dura e scomoda legge, ci si potrà sentire autorizzati ad adottare l'irrisione permanente come strumento di verità.distruggere di continuo è il solo modo per rinnovare, per riaprire il genuino processo vitale  -14 -. L’irrisione, per essere valida, doveva essere indiretta. Anche Calvino partecipò al dibattito sottolineando che la ricerca di quello “spazio fuori dalle parti in gioco non può che essere storicamente in avanti”  -15-. 

La letteratura doveva salvaguardare la sua varietà, impedire che la il discorso artistico diventasse ideologia: “ la nuova retorica deve essere una controretorica, proprio un antidoto contro i subdoli impieghi del linguaggio a finalità non legittime” - 16-. Nel frattempo “ il Caffè” pubblicava G. Celati, A. Adamov,  R. Queneau, I. Calvino, G. Ceronetti, M. Aub, M. Zoshchenko, D. Harms. 

Sul numero 1 del 1970 uscì una sorta di editoriale-manifesto:


“Perché facciamo tanto insistentemente una rivista perché il luogo dove alcuni uomini di cultura possano compiere la verifica di un dialogo e di un'esperienza condotta in comune e in pubblico -con altri eventuali interlocutori: per superare, tra l'altro, il separatismo specialistico di settori ben qualificati della nuova cultura-. 


Come si fa una rivista?. Dibattendo di continuo le idee nostre e altrui, e tentando di offrire al dibattito delle pezze d'appoggio -compromettenti-.


È difficile. Noi -scrittori- operiamo nella molteplicità: bisogna congiungere la molteplicità, accostarne i lembi diversi, ma non mai unificarla.l'arte e ricambio perpetuo.


Allora, per esempio i generi. I generi sono le procedure del blocco, gli stampi di ogni riduzione, sono scorciatoie ormai facili. Come illimitato è il repertorio, così sono illimitati i suoi contestatori. 


Auspichiamo quindi un certo - ancora incerto! - saggismo, che sia coacervo spregiudicato di tutte le modalità - anche qui l’ars combinatoria - e di tutte le categorie confluenti in un ricambio sempre ravvicinato, in una tensione sempre disinvolta, a tutti livelli di forme e contenuti …


Anche perché temiamo la noia del dottrinarismo, dell'elegiaco che si auto compiange, dell'astratto poeticistico e ideologico insomma, trappole mortali dell'intelligenza che si ferma su se stessa. Ma temiamo altrettanto la giocosa fatuità.


Divertire? Teniamo presente che ormai la parola, nel mondo attuale, ha un significato diverso.oggi potrebbe voler dire: convertire, convertire altrimenti. Quindi, semmai: convertire divertendo, cioè individuare nuovi luoghi e guidare ad essi.


È un ossimoro! Facciamo festa all'ossimoro, alla contraddizione nei termini, alla concordia discors, alle alternative a qualsiasi procedura che stimoli la verifica e lo scontro dai quali possano scaturire categorie nuove e altrimenti improgettabili. …


Nucleo dell'azione: rinnovare gli strumenti espressivi, però con la certezza che si portano dietro i significati. Quindi rinnovare i significati.Ecco come l'azione letteraria è anche politica….


Non aver paura di apparire “giullari”. L'irrisione continua impedirà al sistema di riassorbirci. Bisogna togliergli la parola ed è fatta, bisogna obbligarlo a servirsi del nuovo linguaggio. Sarà lui ad essere riassorbito e capovolto.

Guardarsi dalla certezza che la parola rappresenti sempre la cosa.


L'uso del linguaggio non è mai abbastanza ambiguo. Ambiguo è soltanto il generico - le care, vecchie abitudini- … . ".



I premi e i convegni . 1961 - 1966


   Il desiderio di Vicari di trovare sempre nuovi spazi per grottesco si realizzò negli anni ’60 con la promozione di premi letterari e convegni. Nella marea dei premi letterari che già allora coinvolgevano i travolgevano l'ambiente letterario, il silver caffè era il primo istituito per opere satiriche, e fu salutato dall'ambiente letterario con molto entusiasmo iI premio, patrocinato dall'associazione degli scrittori veneti, era finanziato da una casa produttrice di caffè, la Silver caffè, da cui prese il nome. Si svolse a Conegliano nei giorni 18-19-20 maggio del 1961. La giuria del premio, presieduta da Giovanni Commisso, era formata per lo più da collaboratori della rivista: Dino Buzzati, Italo Calvino, Aldo Camerino, Nino Dalla Zentil,, Augusto Frassineti, Diego Valeri,, Giorgio Soavi, G.B. Vicari, Andrea Zanzotto, Giorgio Maffioli segretario Enrico Falqui, Mario Monti e Enrico Fulchignoni che inviarono il voto pe retterà.  Affiancavano la giuria, partecipando con volto consultivo, R. Queneau, J. L. Brown, S. Mrozek. Tra i concorrenti J Feiffer, con Il complesso facile, W. Gombrowitz con Ferdydurke, C.E. Gadda con Verso la certosa, D. Fo con Il teatro comico e P. Chiara con Il piatto piange, che vinse il premio di cinquecento lire in palio in quella prima edizione. A fianco del premio organizzò un convegno dal titolo “ L’umorismo come  liberazione, integrazione, partecipazione”, che fece un bilancio in Italia e all’estero: Fu aperto dalle prolusione di Roger Caillois, a cui seguirono gli interventi di Frassineti, Valeri, Calvino, Zanzotto, erba Queneau, Frénaud. 

   La seconda edizione del premo si svolse ancora a Conegliano nei giorni 24-25-26- Maggio 1962; la giuria, simile a quella del 1961 premiò il sociologo inglese Michael Young, con L’avvento della meritocrazia, brillante saggio svolto in chiave avveniristico-grottesca, nella migliore tradizione anglosassone. 

   Il terzo Silver Caffè si svolse a Conegliano il 23-24 Maggio 1963, con una maggior partecipazione di personalità letterarie, stampa e tv. Erano presenti Comisso, Buzzati, Frassineti, Fratini, Vòllaro, Palazzeschi, Berto, Emanuelli, Balestra, Chiara, Giudici, Malerba, Scheiwiller, Tardieu, Nadeau, S. e F. Themerson, W. Hildesheimer. Vinse il premio Il topo chuchundra di Alarico Cassé - pseudonimo di Giuseppina delle Cese-. Il convegno quell’anno  aveva il titolo “ Avanguardia e umorismo”, con Zanzotto, Frassineti, Scorza, Balestra, Scheiwiller, Costa, Milanese, Vòllaro, Vivaldi e altri tra cui gli stranieri presenti al premio.  Si infittiva sempre più la preziosa rete di scambi che Vicari stava tessendo da un decennio, molto utile al progetto del Caffè: “ È molto facile a questo punto capire quali siano gli strumenti che noi proponiamo, qual è il piccolo campo nel quale agiremo e proporremo di agire: quello della satira, della parodia, della - con licenza parlando - demistificazione. Senza remore, senza obbedienze a chicchessia, neppure a noi stessi, vogliamo dire al clan e all'elegante conformismo dei riformatori mestruali. A questa azione di rottura degli schemi, di continua riapertura libera di una tematica non astratta, è dedicata all'azione de “il Caffè “. 

   La quarta edizione si svolse a Bergamo, il primo Maggio 1966, con nuovi finanziatori. L’edizione era più povera rispetto alle precedenti e si dovette rinunciare alla consueta presenza degli ospiti stranieri. Il convegno quell’anno fu dedicato alla stampa satirica. Tra gli ospiti straordinari ci fu bruno Lauzi, la cui canzone Garibaldi Blues fu adottata come inno del Caffè. Quell’anno vinse il premio Giorgio Manganelli, con Hilaritragoedia, che Buzzati, in un articolo  dedicato al premio su  “ il Corriere della Sera  - 3 maggio 1966 - definì , una strana operetta, indiscutibilmente geniale e alquanto difficile, forse, per il lettore medio”.



Le ultime vicende editoriali e redazionali - 1967- 1977- 


   Dal quarto numero del 1967, in seguito alla cessata attività editoriale di Amicucci, l'edizione de il caffè passò a Malfatti, di Ala di Trento, casa editrice giovanissima. In quello stesso anno, col numero 2, era stato costituito il primo vero e proprio comitato editoriale: ne facevano parte R.Barilli, N. Bonifazi, I. Calvino, P. Chiara, C. Contreras, A. Frassineti, G. Fratini, l. Malerba, G. Manganelli, C.Masi, G. Soavi, G.B.Vicari, S. Vòllaro, P.Volponi, con Cesare Milanese segretario di redazione. 

   Col n. 1 del 1968 la rivista adottò una nuova copertina, che fu conservata, pur con qualche variazione, fino alla fine delle pubblicazioni. Il titolo era sempre in rosso, su fondo nero, e con scritte in bianco e. In rosso; poi, dal 1970 fu stampata in quadricromia, con la riproduzione di un disegno, diverso su ogni numero, di artisti contemporanei. Le pagine di ogni fascicolo erano cresciute fino a 160-180 circa.

   I rapporti con gli editori furono sempre precari e poco duraturi: interrotto il rapporto con Malfatti, l’edizione passò a Casini - dal n. 4 del 1968- che però considerò troppo spregiudicata la rivista, che dal n. 2-3 del 1969 passò all’editore Della Valle, di Torino. Le notevoli difficoltà create dalla lontananza tra sede della redazione di stampa, accumulavano ritardi nell’uscita, che recuperò la sua regolarità col numero triplo, 4-5-6 del 1970, edito dalla casa editrice Flaminia, con cui il rapporto fu più stabile e duraturo. Nel ’72 “il Caffè” tornò mensile, riducendo le pagine di ogni numero a un’ottantina.  In quell’anno si unirono alla redazione R. Mazzucco e W. Pedullà. 

   Ma i problemi finanziari continuavano, a causa della poca pubblicità e o scarso funzionamento delle librerie come punti di vendita  e nel ’73, in una lettera agli amici, Vicari scriveva” sto definitivamente tirando le somme.i conti non tornano. La fatica materiale per tenere in piedi la baracca del Caffè è immane”. Spiegò poi meglio e in modo pubblico la situazione generale  in un articolo su “ il Mondo “ del 26 dicembre 1974 - Cultura e caffè -:“la verità è che le riviste letterarie, in generale, non hanno un pubblico né largo né  lungo. Hanno e hanno sempre avuto, lettori selezionatissimi, tutti addetti ai lavori, che in Italia sono poche migliaia.tanto è vero che le riviste, più sono specializzate -come “Strumenti critici” - più lettori hanno … insomma, non è una novità che la rivista letteraria non è un prodotto popolare. Tutti gli operatori che vi si avventurano insistono lo sanno benissimo, da sempre. Oggi poi le difficoltà tecniche stanno diventando insormontabili, dato che lo stampare è ormai impresa da nababbi, se non si abbiano forti finanziatori alle spalle. Ma vale la pena di svolgere una funzione culturale qualora si sia condizionati e non liberi nelle scelte? Tutto il settore è quindi minacciato nella sua stessa sopravvivenza, alla pari dei giornali anche peggio. Ma la società non se ne cura minimamente. Al vertice non c'è traccia di una qualsiasi pur discreta politica culturale. Il potere politico, a tutti i livelli appoggia soltanto le iniziative che possono essere strumentali, utili ai propri fini.“

   Vicari aveva chiesto agli amici di unirsi, con l'intento di allargare il comitato direttivo e ampliare il campo d'azione della rivista. Nel 1973 si costituì il definitivo comitato di redazione, con A. Arbasino, R.Barilli, I. Calvino, G. Celati, G. Ceronetti, P. Chiara, C. Contreras, C.Costa, A. Frassineti, G. Fratini, G. Gavazzeni, E. Golino, L. Malerba, G.Manganelli, R. Mazzucco, C. Milanese, F. Palmieri, PF. Paolini, W.Pedullà, S.Saviane, G. Soavi, G.B. Vicari, S. Vòllaro, P. Volponi, e  C. Landrini, nuovo segretario di redazione. 

   Molte tensioni nascevano all’interno della rivista, alcuni dei redattori non approvavano gli inviti di Vicari ad alcuni, che erano considerati “ nomi di burocrati in odor di romanzo” - 17 -. Col n.5-6 1975 le pubblicazioni si interruppero. Franco Palmieri commentò così: “ la morte del Caffè - se mai ci sarà -scaricherà dunque molte coscienze … un Caffè che consente l'irrisione, la satira il disprezzo del potere, il sarcasmo dell'idiozia, la frecciata al presuntuoso è un'arena nella quale nessuno vuole scendere più. C’è  all'orizzonte l'ombra di un elefante della memoria lunghissima, un padre burbero e intransigente, che sa premiare e punire. Nessuno riuscirà più ad attraversare le penne altrui quando il semaforo sarà rosso “-18-. 

   E Gaio Fratini, ricca anima polemica della rivista scrisse: “ No, il Caffè non è morto. Semmai sono morti tanti buropoeti che lo hanno frequentato in questi ultimi anni, i forzati dell'umorismo con riduzione Enal, gli eroi della letteratura ferroviaria, sempre all'erta con i loro poveri aneddoti da commessi viaggiatori. Poteva diventare - e fa ancora in tempo - una rivista di poche pagine, limpida, inesorabile, puntuale, con con giudizi veramente diversi sui fatti politici e culturali del mese - 19 -.

   Nel marzo 1977, con una riunione conviviale  di scrittori e giornalisti, organizzata nella Galleria di Piero Gabrielli, in via Margutta, fu annunciata la ripresa delle pubblicazioni.  Per l’occasione, fu allestita una mostra di documenti legati alla rivista: copertine, disegni, lettere di scrittori, ecc. 

   Quell’anno, che fu l’ultimo - Vicari era già malato e morì nel marzo del 1978 -, uscirono tre numeri. Non c’era più il comitato direttivo, ma un ristretto comitato editoriale con Giovanna Bemporad, Pompeo De Angelis e G.B. Vicari.  La nuova serie era molto più creativa, aveva abolito la parte saggistica, che soprattutto negli anni ’70 aveva un po’ appesantito ogni numero: tra  quelle pagine ancora nuove invenzioni giocose di Calvino, Malerba, Ceronetti, Fratini, Cremona, Dossena, Tabucchi, Arbasino. 

   Tra i tanti collaboratori e amici che salutarono la riapertura del Caffè ci fu proprio Guido Ceronetti, che scrisse un articolo esemplare ed entusiasta: “ collaborando al Caffè la mia salute nervosa è migliorata, sebbene la parola evochi per me degradazione e flagellazione e malsana dei nervi, ad opera di un liquidò nero, piacevole all'organismo quanto uno zigomo di cane nel peritoneo.Fortunatamente, questo caffè di carta stampata sta a quello della tazzina come l'Ariete celeste sta al maleodorante caprone. Il Caffè mi libera dalla vergogna di essere sempre troppo sorvegliato quando butto in pubblico un'opinione, mi disintossica dei veleni che accumulo leggendo e ascoltando dappertutto infami, laceranti coglionerie… i disgusti mi schiacciano, mi avvelenano ... per liberarmene, si può tentare di darli fuori satiricamente, rendendoli ancora più disgustosi e nello stesso tempo, ignobile e strana generosità,  ma casuale, nobilitandoli con lo stile. E’ scrittura e clistere, con voglia di dormire e dimenticare. La satira è l'equivalente del dono divino del suicidio. Dio ci ha dato una scatolina magica con la raccomandazione di non aprirla che in caso di stretta necessità: il suicidio, la pratica liberatrice suprema, la soluzione di tutti i problemi, sia pure con le riserve di Amleto.L’autore satirico riceve due scatoline.  La seconda contiene la analogia letteraria del suicidio … Il Caffè sta bene zoppo, perturbato, anomalo, poco commerciale, intelligentemente suicida. Oh,  la libertà di cui godo sul Caffè mi fa un bene incalcolabile... “










NOTE



1- G.B. Vicari, Un mondo letterario,  Venerdì il Caffè, 1, 1955

2- Franco Mimmi, il Caffè ibernato, La stampa, 13 Febbraio 1976

3- Lettera di Calvino a Vicari, 21 dicembre 1953

4- Anonimo, Grazie per Bargellini, “Venerdì il Caffè”, 2, 1953

5- G.B. Vicari, Un mondo letterario, cit.

6- Lettera di Enrico Emanuelli a. Giambattista Vicari, Febbraio 1954

7- Lettera di Carlo Betocchi a G.B. Vicari, 5 Luglio 1955

8- G.B. Vicari, Le premesse di un’integrazione, “il Caffè, 5, 1955

9- Spiegazioni dovute, “ il Caffè “, 5, 1956

10- Il nuovo Caffè, “il Caffè” 5, 1956

11- G.B. Vicari, Il frontespizio di marmo, “il Caffè”, 3-4, 1957

12 - Ottavo Panaro, Poesia satirica del ‘900, Firenze, Co-edizione Dimensione, 1972

13- Cesare Milanese, in Grottesco, satira e letteratura. Una inchiesta de “ il Caffè”, 

       “ il Caffè”, 1,    1967

14- G.B. Vicari, Per un baccanale della crudeltà, “il Caffè”, 6, 1967

15- I. Calvino, Di più, “il Caffè”, 1,1968

16- G.B.Vicari, La rivoluzione con l’ossimoro, Il Caffè, 1,1970

17- S. Saviane, Smettete di ridere è arrivato il burocrate, “L’Espresso”, 11 giugno 1972

18- F. Palmieri, Muore anche il Caffè, “La fiera letteraria”, 21 settembre 1975

19- G. Fratini, il Caffè è morto, viva il Caffè, “ La voce repubblicana”, 22 agosto 1975

20- G. Ceronetti,  Viva il Caffè, “ Tuttolibri", 9 aprile 1977